Cannibalismo in Kenya


Cannibali dall'Uganda entrano in Kenya
Cannibali dall'Uganda entrano in Kenya
Tribù Bagisu
Tribù Bagisu

Il cibarsi di carne umana non si discosta affatto dal cibarsi di carne animale.
Accade per il cannibalismo ciò che si riscontra nel caso di altri cibi carnei: ogni cultura distingue e sceglie a suo modo, e dunque soggettivamente, tra animali o uomini mangiabili e animali o uomini immangiabili. Per esempio, fra i popoli di cultura occidentale non si mangia il cane, che invece costituisce un buon cibo per i Cinesi e altri orientali, e si mangia, d'altra parte, la carne bovina, che invece gli Indiani rifiutano.
Diremo dunque che laddove la carne umana è considerata un cibo prelibato, il cannibalismo riflette anche, ma non solo, una particolare considerazione dell'uomo rispetto agli altri esseri viventi: lo si ritiene provvisto di qualità superiori, delle quali ci si può appropriare mangiando le sue carni. Ma le ragioni possono essere ben altre.
Così dicasi della scelta tra le carni umane: oltre all'endocannibalismo (consumo della carne del proprio gruppo sociale che si tratti di un clan, tribù, stirpe o la famiglia estesa) e all'esocannibalismo (praticato su individui appartenenti a una società o a un gruppo etnico diversi dal proprio), esistono altre forme tra le quali il cannibalismo funerario (atto che rappresenta l'estrema onoranza che i vivi riservano ai morti), il cannibalismo giudiziario (divorazione del corpo vivo a spese di individui condannati a morte per delitti o altri motivi), così come il cannibalismo legato all'età biologica delle carni ed al colore della pelle, non per ultimo il cannibalismo per sopravvivenza prodotto della fame estrema.
L’oggetto della pratica antropofaga può anche essere limitato ad alcune parti del corpo umano, come cervello, cuore, fegato, mani, etc. sentite dalle diverse culture come parti più prelibate, così come gli umani differenziano le carni di animale.
I fattori che contribuiscono al cannibalismo tra gli uomini e gli animali sono prevalentemente di natura alimentare quando l'alimentazione è carente di fattori essenziali come metionina, arginina, manganese, zinco, ecc., oppure ambientali a causa della eccessiva intensità della luce o della temperatura, o del sovraffollamento.

In Kenya, i più famosi cannibali sono un gruppo tribale chiamato Bukusu che occupa la Contea di Bungoma, e che, si dice, usino una mano umana essiccata come cucchiaio da cucina. Appartengono ad una sotto tribù della comunità etnica dei Luhya.
I Bagisu o Bugisu, provenienti principalmente dal distretto di Mbale nell'Uganda orientale sulle pendici del Monte Elgon, il cui nome originale è Bamasaba (alternativamente Gisu, Gishu, Masaba o Sokwia), che significa "di origine Masaba", quando entrano e stanziano in Kenya, cercando prevalentemente lavoro agricolo in tutto il Kenya Highlands ed in particolare nella Kikuyuland (la terra dei Kikuyu), si definiscono Bukusu per distinguersi dalla tribù d’origine e non creare allarmismi.

Origine / Storia
Il primo uomo tra la gente Bagisu è stato chiamato Mundu. Insieme a sua moglie Seera, Mundu è emerso da un foro sulla cima del Monte Elgon (Monte Masaba). Hanno avuto due figli, Masaba e Kundu. Il primo era un cacciatore mentre il secondo un pastore. Kundu lasciò il Monte Elgon, mentre Masaba rimase istituendo la circoncisione tradizionale “imbalu” tra i Bagisu.
Il cannibalismo era una pratica comune tra i Bagisu, anche se non è chiaro, o meglio, non è così evidente che sia ancor oggi praticata.
La manifestazione più comune è il cannibalismo dei morti da parte dei membri della famiglia. Piuttosto che permettere il decadimento del corpo, che era considerato irrispettoso per i morti, la carne era tagliata a pezzi, a volte cotta, e mangiata durante un periodo di lutto di tre giorni. Se la persona muore di vaiolo, i membri della famiglia che hanno già contratto la malattia, mangiano il corpo lontano dal villaggio.
L'Uganda è conosciuto come il paniere alimentare dell'Africa orientale, benedetto con terreni fertili, l'abbondanza e la varietà di alimenti. Ma cibarsi di ciò che il paese offre non è sufficiente, facendo pertanto ricorso al consumo di carne umana.
Il cannibalismo ha messo radici profonde in alcune parti del paese.
I corpi dei defunti scompaiono dalle tombe, i sospetti sono linciati e le loro case bruciate. I cannibali sono accusati di riesumare i cadaveri delle tombe nella notte e fuggire con il bottino.
Il Paese si difende lamentando la carenza di obitori e la diffusione della stregoneria, mentre gli antropofagi sostengono a loro difesa che la miglior degustazione della carne è quella di carne umana, in particolar modo la carne di persone appena morte.

Ecco i miei consigli su come eludere, nei villaggi Bagisu, l'atterraggio in una pentola di cottura.
In primo luogo, non camminare mai da soli di notte; in realtà evitare tutte le attività notturne. Questo non è solo per la vostra sicurezza, ma anche per garantire che le vostre finanze rimangano intatte.
Un secondo suggerimento è quello di evitare di entrare in case di sospetti cannibali. Se è necessario, sedersi vicino alla porta per una rapida uscita, e assicurarsi che l'ospite, cioè voi, non faccia parte del menu serale. Potrebbero offrirvi un drink rinfrescante e per rilassarvi farvi accomodare su un sedile che, a vostra insaputa, ribaltandosi vi farà finire in un buco. Qui, dopo essere stati tramortiti con un rapido e poderoso colpo sul capo, il vostro corpo verrebbe tagliato a pezzi e gettato in una pentola ribollente con varie verdure che daranno più sapore alla vostra carne.
I cannibali cuociono le carni solo in vasi di terracotta, quindi cercate di evitare luoghi dove le pentole di metallo non sono in evidenza.
Infine, i cannibali sono sempre in reclutamento. I nuovi adepti acquisiscono appetito per la carne umana anche perché a volte indotti a cibarsene sotto l’effetto di erbe allucinogene. Quando si va per un funerale, evitare di mangiare e bere, perché si potrebbe essere partecipi a banchetti a base di carne umana e, quindi, acquisire il gusto per questa “prelibatezza”. La carne umana, insaporita con il sale, viene anche servita durante grandi raduni unitamente ad altro cibo e bevande. Questo è il modo in cui il numero degli antropofagi va sempre più gonfiandosi.
I cannibali, solitamente, non mangiano una persona viva, mentre utilizzano il "juju" (una pratica di stregoneria) per "uccidere" una persona, o per meglio dire, per far sembrare morta una persona. Il corpo, quindi, rimarrà morbido e flessibile e potrà anche sudare, ma i medici ne pronunceranno la morte. Forse, coloro che vivono in queste terre, dovrebbero iniziare a spendere un po' di più per i corpi dei loro cari defunti e non per la cerimonia funebre. Utilizzare conservanti chimici per rendere il cadavere sgradevole, e del cemento sulle tombe, di certo ridurrebbe i furti delle salme nelle tombe.

Uno stregone in posa con i suoi strumenti. Kenya intorno al 1936
Uno stregone in posa con i suoi strumenti. Kenya intorno al 1936

 

Raccapriccianti ritualità tribali tra i Mijikenda.

Una raggelante realtà!

 

In Kenya, in particolare della regione costiera, quella popolata dall'etnia Mijikenda che, più di ogni altra presente nel paese, vive in quotidiano contatto con la civiltà bianca portata dai turisti che popolano le sue immacolate spiagge coralline, sopravvivono ancora la pratica dei sacrifici umani per propiziarsi la benevolenza delle divinità.

La fascia costiera del Kenya è caratterizzata da un massiccio substrato di compatte formazioni coralline profonde decine di metri che rendono quasi impossibili le normali attività agricole. Uno dei pochi semi che attecchiscono, non necessitando di molta terra, è quello del mais che, tra l’altro rappresenta anche la principale fonte dell’alimentazione keniota.

A sostegno di questa coltura si sono formate, all'interno dell’etnia Mijikenda, varie corporazioni tribali, condotte dagli stregoni dei rispettivi villaggi, che si sono dati il nome di Mwua (assassino). I membri di questi clan si riuniscono subito dopo la semina e a ciascuno di loro, a rotazione, tocca assumere l’incarico di dar vita al sacrificio umano, volto a compiacere le oscure divinità che dovranno assicurare un buon raccolto.

Non sarà l’incaricato ad offrire la propria vita a favore del bene comune, ma egli dovrà scegliere nell'ambito della propria famiglia la vittima sacrificale da destinare allo scopo e non potrà trattarsi di un parente lontano dagli affetti dell’incaricato. Infatti, perché il sacrificio sia più gradito alle crudeli divinità in questione e le induca a soddisfare le aspettative della tribù che le venera, dovrà trattarsi di una persona molto vicina all'interessato: una moglie, un figlio, un fratello, un genitore.

 

Charo è un Giriama cinquantenne. La sua tribù fa parte della vasta etnia Mijikenda che si compone di nove sottotribù. Tre anni fa, racconta, aveva scelto ed “acquistato”, com'è costume in Kenya, una giovane moglie pagandola con una mucca e sei capre. Si chiamava Pendo. Era una ragazza gentile e servizievole. Prima che il matrimonio fosse formalizzato, non presso le autorità civili preposte, ma di fronte agli anziani del villaggio, come più frequentemente avviene nelle comunità rurali, Pendo scomparve e qualche giorno dopo alcune parti del suo corpo furono ritrovate in un insenatura rocciosa della costa.

Charo non è l’unica fonte da cui ho appreso la sopravvivenza di queste mostruose pratiche tribali, ma è stato quello più generoso nelle informazioni. “Mio suocero – riferisce – era membro di un Mwua ed era arrivato il suo turno di procedere all'obbligo sacrificale. Lui, oltre alla moglie, aveva altri tre figli maschi ed una femmina già maritata. Quindi, approfittando del fatto che io, all'oscuro della situazione, non avevo ancora celebrato il matrimonio, offrì Pendo come vittima sacrificale. Lei era già sostanzialmente uscita dalla famiglia e perciò colse l’occasione per non privarsi di altri componenti”.

Dopo quell'evento, Charo non si è più risposato, ma non è detto che non lo faccia se si presenterà l’occasione. Vive catturando i pesci che restano imprigionati nelle pozze rocciose quando arriva la bassa marea ed io sono uno dei suoi clienti. Malgrado l’orribile esperienza che ha vissuto, appare sereno. La vita e la morte, in Africa, qualunque ne sia la causa, sono considerati eventi ineluttabili nelle mani di registi inappellabili e non ha quindi senso coltivare il ricordo di una di una perdita nel perpetuo dolore.

Ho fatto fatica a farmi raccontare da lui come si procede al sacrificio, ma pur se con estrema riluttanza mi ha infine rivelato che la vittima viene di norma avvelenata a sua insaputa e varie parti del corpo vengono poi consumate dagli appartenenti al Mwua nel corso di un rito tribale.
Soffocando il raccapriccio per quell'incredibile racconto, gli ho chiesto se per caso lui faceva parte di un Mwua. Prima ha scosso la testa mentre agganciava il pesce che avevo comprato al bilancino, poi quando ho ripetuto la domanda ha scosso nuovamente la testa ed ha sorriso senza rispondere.
by Franco Nofori-Africa Express

Cannibalismo
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