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Al centro di Malindi


Malindi. Centro
Malindi. Centro

 

LA MIA PRIMA VOLTA NEL CENTRO DI MALINDI

Racconto semiserio e tragicomico
di Camillo Vittici

Appena sono entrato per la prima volta nel centro di Malindi ho avuto la netta impressione che fosse leggermente diverso da quello di Milano. Intanto non ci sono semafori così non ti tolgono i punti dalla patente. Pensavo di arrivarci con la metropolitana che va sotto terra e invece ne ho presa una che va sopra terra però con un vagoncino solo. Qui si chiama Tuc Tuc (Tuk Tuk, termine onomatopeico - Ape Car).
Comunque la metropolitana mi sembra che la stiano facendo perché sulla strada che va dal Monumento a Vasco di Grana (Vasco da Gama Pillar) all'inizio del paese si vedono bene le grandi buche che hanno incominciato a scavare.
Se il Tuctuchista non ci sta attento rischia di precipitare dentro e non so se da queste parti c’è il Gruppo Speleologico della Val di Scalve che viene a tirarti fuori, della serie Viaggio nel Centro della Terra senza ritorno che la maestra ci ha fatto leggere la terza volta che ho fatto la seconda. Diventano anche un bel disturbo perché, avendo io la prostica (prostata) ingrossata come un melone, a ogni scossone mi vengono i dolori alle parti intime davanti. Però, se riesci fortunosamente a schivare gli scavi della metropolitana, centri violentemente quei dossi che attraversano la strada ogni quattro metri che sono così alti che per superarli bisogna essere degli scalatori della Cornagera della Val Seriana.
Mentre il Tuctuchista stava cantando beatamente la Lalla Salama (Lala Salama - Swahili: Buona notte, Dormi bene) non si è accorto di essere a ridosso di uno di questi e l’ha centrato in pieno a velocità da Formula Uno.
Quello che, in un secondo e 10 decimi, è capitato si può riassumere in... pilota catapultato fuori dal vetro anteriore con schegge dello stesso che sono andate ad infilarsi rispettivamente:
1) Nell'occhio di un Masai che stava vendendo le sue perline a lato della strada facendogli fare un salto triplo carpiato più alto di quello che fa la sua tribù al mercoledì sera al Coral Chi (Coral Key).
2) Nel sedere a panettoncino di una bellissima fanciulla locale alta due metri e dieci che stava passeggiando mano nella mano, con angelica espressione di innamorata persa, con un turista di passaggio alto un metro e quaranta (a guardarli sembrava di vedere l’articolo “il”) costringendola a grattarsi di nascosto poco elegantemente il culo che qualcuno poteva pensare che avesse le morroidi infiammate e che grattarsi proprio lì non stava bene.
3) Centrato in pieno un aborigeno di qui senza un braccio che ancora non so se era già così o è stata la scheggia del vetro a portarglielo via.
4) Il motore è schizzato via come un proiettile centrando un baracchino con frutta di stagione riducendola all'istante a marmellata multigusti che, sbrodolando sulla strada, ha fatto cadere rispettivamente due Pota Pota (Boda Boda - Swahili: biciclette), ribaltare tre Tuc Tuc, zigzagare una macchina fuori strada che è andata a finire veramente fuori strada e azzoppare un asino con carretto pieno zeppo all'inverosimile di macuti (Makuti - Swahili: tegole in palma da cocco). L’asino l’hanno dovuto abbattere sul posto perché i suoi alti ragli disturbavano i residenti della zona che stavano facendo la pennichella o cose simili. Il passeggero (che sarei io) si è ritrovato la testa infilata fra le sbarre del soffitto del trabiccolo.
C’è voluto l’intervento dei Vigili del Fuoco, prontamente e immediatamente accorsi dopo 50 minuti con tre camion, due pompe e tre scale, per estrarlo. Siccome l’operazione si era dimostrata subito difficile se non impossibile, il disgraziato (sempre io) è stato portato sul camion di detti pompieri a sirene spietate all'ospedale più vicino sempre con il collo incastrato nella griglia di ferro appositamente staccata con la fiamma ossidrica il cui calore, trasmettendosi al resto del ferro, ha provocato una ustione di decimo grado al collo del malcapitato (sempre io) al quale rimarrà una cicatrice indelebile per tutta la vita. Con un bel tatuaggio ci farò disegnare due fiorellini di modo che sembrerà una artistica collana.
Comunque devo dire che le buche della metropolitana sono servite a qualcosa. In uno scossone più forte degli altri la mia testa si è di colpo sfilata dalla griglia lasciandoci solo qualche brandello di orecchio sanguinolento per parte.
Che mal d’Africa che mi sono preso!
I resti del motore e delle lamiere del Tuc Tuc sono stati prontamente raccolti da gente di passaggio e venduti al mercato nero dalle parti di Mambrui.
Comunque in ospedale ci sono arrivato. Il pronto soccorso era pieno di una ventina di fondi (
Fundi - Swahili: operaio "qualificato") (qui i lavoratori li chiamano così). Da non confondersi con i fondi di galera che sono ricoverati a Mutancani (Mtangani Sobborgo di Malindi e sede delle prigioni malindine). Tutti venti i fondi stavano pitturando le pareti che sembravano una carta geografica in bianco e nero con le città segnate in rosso corrispondenti ai segni del sangue delle zanzare spiaccicate con mani, ciabatte e utensili simili. Uno che metteva il colore bianco tendente al grigio sporco nella tolla (latta), uno che la sollevava da terra, uno che intingeva il pennello, l’altro che lo passava all'imbianchino, l’imbianchino che dava due pennellate alla parete appollaiato su una scala di legno con un piolo sì e due no che però ci saliva con l’agilità di una scimmia dal culo pelato della Savana del Parco Schiavo (Tsavo National Park), un altro che gli prendeva il pennello e lo passava a quello accanto che a sua volta lo dava al primo che intingeva il pennello nella tolla (latta) e via dicendo. In 40 minuti avevano già dato n. 8 pennellate in verticale e n.6 in orizzontale. Forse era meglio prima.

Insomma, non potendomi ricoverare al pronto soccorso per via dei fondi, mi hanno portato nel reparto di ginecologia, l’unico in funzione a quell'ora. Il dottore, extracomunitario anche lui con laurea presumibilmente presa in Somaglia (Somalia) (chiamata così perché lì si somigliano tutti), viste le mie orecchie sanguinolente prende il suo strumento ginecologico e mi fa un’esplorazione orecchiale. Magari pensa a un probabile ciclo mensile venuto in sede estrauterina (extrauterina). Spero non mi dica che sono incinto. Comunque credo di non esserlo perché la nausea non ce l’ho. Ho solo un mal di testa della madonna. Magari qui i bambini nascono da un orecchio. I gemelli da tutte e due.

Mi dimettono dopo due ore e 600 scellini da pagare all'istante che se non paghi ti tengono nella stanza blindata con tanto di inferriate arrugginite per tutta la vita a pane e acqua. L’acqua deve essere del pozzo accanto da dove si sentono le grida delle rane toro e dei rospi reali che fanno più rumore di una locomotiva a vapore della linea Bergamo-Ponte di Legno.
Chiedo se lo passa la mutua (Assistenza Sanitaria Nazionale), ma ho l’impressione che qui non sia valida perché un infermiere si precipita al compiuter (computer) per cercare su Goglo (Google) di che cosa si tratta. Domando allora se accettano la Carta di Credito. Mi rispondono che qui non sanno cosa sia, penso che conoscano solo quella igienica che ho visto nella tualetta (toilette) quando, per la paura, ho preso una tremenda scarica di dissenterite (dissenteria). Carta igienica di colore marrone. Ho chiesto perché e mi hanno detto che la usano per i neri (di quella bianca per i musolungo (Muzungu: in lingua locale significa “uomo bianco” ma tra le lettere questa parola nasconde anche un altro significato, sicuramente più problematico, ovvero “soldi”)
 erano momentaneamente sprovvisti) e poi è più pratica perché tiene meglio lo sporco in caso di riciclaggio. Ma intuisco che qualcuno non conosce neanche questa vedendo le ragnatele di ditate marroni che ornano le pareti.

Pagato il mio conto al ginecologo mi sono incamminato verso il centro della città, ma questa volta a piedi. Non si sa mai. Tutti guardavano le mie orecchie dove in ambedue mi erano stati applicati due grandi ed evidenti pacchi di ovatta tant'è vero che un bambino biondo e bianco che passava da quelle parti con la sua mamma si è messo a gridare “Mamma, guarda Topolino!”. A quel punto me li sono strappati via e li ho gettati nel cassonetto. Devo essere stato il solo che ha usato il cassonetto perché era completamente vuoto. In compenso tutte le carte erano state diligentemente messe ai bordi della strada per far vedere dove finiva l’asfalto.
Avevo voluto venire in centro perché volevo comperare i sovenir (Souvenirs) di Malindi che mi hanno detto sono fatti con perline dei Masai. Il mio Amico Filippo, che è stato qui l’anno scorso nella stagione delle piogge perché si paga di meno, mi ha istruito su tutto, soprattutto sulle compere. Mi ha detto che devo contrattare. Non so se qui fanno questi contratti. Comunque spero che per comperare le perline non ci sia bisogno di un notaio con quello che costano. I notai, non le perline.
Proprio lì davanti al Seve to Seve (Seven to Seven Supermarket) noto una bancherella con in parte un Masaio (Masai o Maasai). Vuoi vedere che qui posso fare la spesa dei sovenir? C’è di tutto e di tutti i colori dell’arcobaleno e qualcuno di più. Non ho che l’imbarazzo della scelta. “Mi scusi signor Masaio, posso vedere la sua merce?”. “Acuna patata! (Hakuna matata - Swahili: Nessun problema!) Vedere non costa niente”.
Gli dico che non voglio comperare le patate perché nel Villaggio dove abito è tutto inclusivo (All inclusive) e gli indico le cosine colorate. Anche lui è tutto colorato. Ha un vestito tipo abito da sera che porta con eleganza del luogo, tiene in mano un bastone probabilmente per tener via le mosche, attaccati alle orecchie due anelli che sembrano cerchioni di bicicletta, ciabatte con suola di copertone di camion e un sacco di braccialetti e collane che si è messo ai polsi e al collo invece che metterli in vetrina perché la vetrina non ce l’ha.
Il mio amico Filippo mi aveva detto che devo tirare sul prezzo perché loro hanno il vizio di fregare i turisti. Allora... facciamo il punto... La collana di perline variopitturate per la Teresa che è andata a Igea Marina e che poi le sue amiche creperanno di invidia, un filo di palline nere che sembrano un Rosario, però senza la croce in fondo, per il Curato della mia parrocchia che si intona con la tonaca, un anello di plastica rosa e marrone per l’amica della Teresa che ci fa tanti favori quando ci presta il sale e lo zucchero quando a casa rimaniamo senza e che poi dirà ma che bravo tuo marito, così continuerà a prestarceli. Un altro braccialetto per me con su scritto il mio nome così, se mi perdo, sanno subito chi sono senza telefonare a "Chi s’è visto s’è visto".
Dopo aver scelto tutti questi meravigliosi regali aborigeni chiedo quanto fa. Mi dice 1100 scellini. Allora comincio a tirare sul prezzo come mi aveva raccomandato il mio amico Filippo. Tiro io che tira lui, dopo cinquanta minuti, lo prendo per sfinimento. Pur di convincermi a togliere il disturbo, perché nel frattempo sono arrivati altri clienti, mi lascia il sacchettino e aggiunge anche 100 scellini. Non avrei mai immaginato che qui non solo puoi comperare, ma ti pagano anche. Comunque non mi sono azzardato a chiedergli lo scontrino fiscale per il valore degli oggetti comperati. Magari l’avessi fatto! Al posto dei 100 scellini forse me ne avrebbe dati 200!
Adesso mi scappa proprio di vedere cos'è questo famoso Casino di Malindi. Il mio papà una volta mia aveva detto che ai suoi tempi da noi, circa 50 anni fa, ce n’erano due. La Villa delle Rose e il Diciotto. Qui, che sono più indietro di noi, ce n’è solo uno. Lui al Casino ci andava prima di sposarsi a vedere le donne nude o quasi. Allora costava solo due lire o dieci lire a secondo di cosa facevi e quanto tempo ci rimanevi e in più dovevi pagare anche l’uso del sciugamano (asciugamano), ma quello costava poco. Con quelle "tope" (belle ragazze) che ho visto girare nel villaggio, tutte fidanzate con turisti, immagino cosa avrei trovato lì. Magari il sciugamano era gratis per far entrare più clienti.
A dire il vero avevo già notato un movimento di donne bellissime aborigene sculettare sui marciapiedi. Dire marciapiedi è un po’ esagerato... sono una specie di sentieri a lato della strada fatti apposta per non essere spiaccicati da qualche camion di passaggio che qui vanno a sinistra invece che dalla parte giusta. Quando piove però devi usare la piroga o una canoa locale.
Comunque a guardarle ci lasci gli occhi. Belle, fascinose; quando camminano hanno un bellissimo andar di corpo, gambe tipo colonne della Piazza di San Pietro, occhi grandiosi con palpebre lunghe come i ventagli che usava la mia nonna Armida prima che inventassero i ventilatori, denti così bianchi che più bianchi non si può (magari se li lavano col Spic e Span (Detersivo per piatti)), la pelle di velluto (magari se la lavano con il Coccolino (Ammorbidente per la lana)), culo a mandolino ascendente panettone e scarpe con tacco di 12 centimetri che se per caso cadono di lì si sfracellano sull'asfalto. Probabilmente devono appartenere alla tribù dei Vatussi, quelli che con un salto guardano negli occhi le giraffe e che arrivano alle orecchie degli elefanti come diceva una canzone dei miei tempi.
Probabilmente lì al Casino mi stavano aspettando perché, ancora prima di entrare, c'è un omino che ti apre la porta ancora prima che tu allunghi la mano. Si vede che qui quelle automatiche che ci sono da noi all'Iper non le hanno ancora inventate, ma tanto il personale costa poco. Prima di passare nel salone principale sputo sulle mani e me le passo nei capelli per mettermi in ordine e mi passo la lingua sui labbri (sulle labbra) perché siano più sensuali e erotici. Altra passata di sputo sulle orecchie per togliere i residui di sangue che magari il ginecologo mi ha lasciato dopo la visita interna. Controllo di avere in tasca il preservativo. Il mio amico Filippo mi ha detto che è meglio premunirsi per non correre il rischio di prendere l’AIDIS (AIDS) (o si chiama AIAX?) e altre malattie virili equivalenti tipo morbillo, vaccinella (varicella) e tifo intestinale.
Adesso sono pronto per affrontare la goduria sessuale al Casino di Malindi. Se lo sapesse la mia Teresa non esiterebbe a farmi la famosa operazione del Balzac, Bal... Zac! Ma so di certo che anche a Igea Marina fanno queste cose; non solo si fanno il bagno, ma anche il bagnino. Ma la mia Teresa è diversa come sono tutte diverse da tutte le altre le morose dei turisti italiani a Malindi.
Entro a passi decisi e mi preparo alla scelta di una delle gazzelle (ragazze con gambe lunghe e sottili come, appunto, le gazzelle) locali. Per alcuni attimi rimango rincoglionito perché... perché... “Ma dove sono tutte le donne?” chiedo a un distinto signore con zoccoli da cui quello destro lascia uscire da un buco il ditone del piede con unghia da leopardo, braghe fino al ginocchio con vistose rammendature e due pezze sul culo di un colore quasi uguale, camicia bianca con sbrodolature di ogni colore (quelle del caffè e del pomodoro si notano maggiormente). “Quali donne?”. “Quelle che di solito si trovano nei casini...”. Quello, che di Casini doveva intendersi, deve aver intuito che qualcosa non andava. “Vedi caro mio, qui non c’è il Casino che forse volevi tu, ma c’è il Casinò con l’accento sulla O”.
A parte il fatto che mi è scocciato che mi abbia subito dato del tu dato che probabilmente non eravamo neanche lontani parenti, ma non avrei proprio pensato che una O con l’accento avesse cambiato totalmente la destinazione d’uso. Comunque, per non fare la figura dell’imbranato totale della serie andavano per cuccare e rimasero cuccati e per tenere un contegno naturale di profondo e assiduo conoscitore del luogo, mi sono avvicinato a quelle ruote colorate che continuavano a girare le palle. La gente metteva sui numeri del tavolo delle tavolette rotonde finché l’omino nero con la divisa di Generale di Brigata lì davanti diceva una frase mi sembrava francese (Quante lingue sanno gli aborigeni!) e che tutti si fermavano di colpo come avessero paura di prendere la scossa. Qualcuno ci guadagnava e si affrettava a ritirare le tavolette colorate, ma la maggior parte delle volte l’omino era più veloce di loro e, con una specie di rastrello, si pappava tutto lui.
Io non mi sono fidato a giocare non solo perché il mio amico Filippo non me l’ha insegnato, ma anche perché a Igea Marina, dove di solito vado a passare le vacanze e che è più grande di Malindi, queste cose non le hanno ancora inventate.
Il giorno prima di partire e lasciare il globulo emisferico sudista sono andato di nuovo in centro di Malindi per un caffè espresso al Care Blisse (Karen Blixenche costa meno che al Coral Chi (Coral Key). Là, per ogni cosa che prendi, devi mettere la firma autografata su un taccuino con tanto di numero della camera. Ma non era tutto inclusivo?
Solo l’ultimo giorno mi hanno fatto notare che, se fossi andato al bar centrale a consumare, non avrei pagato una madonna (niente), ma a quell'altro, a soli cinque metri con le poltrone al posto delle sedie così scomode che se ti sedevi dovevano usare un muletto per tirarti fuori, non c’era niente aggratis (gratis). E io, il pirla, andavo sempre al secondo!
Ma questa volta in centro sono andato a piedi perché la metropolitana non l’avevano ancora terminata; in compenso gli scavi erano ancora più profondi e mi sono guardato bene dal prendere il Tuc Tuc vista la tragica esperienza di qualche giorno prima. Mi ha accompagnato il mio amico bresciano di Bagolino e, lui che sa tutto e che è arrivato fino alla terza media, mi ha spiegato che molto probabilmente il mio autista era troppo debole perché da queste parti una volta all'anno fanno il Rataplam (Ramadan) e non mangiano 24 ore al giorno, meno la domenica e le feste comandate e non fanno sesso più di tre volte per notte. Chissà quante volte lo fanno quando finisce il Rataplam!
Ho sentito dire che, per rifarsi del tempo perso, il resto dell’anno lo fanno tre volte all'ora con tre donne contemporaneamente, sempre escluse le domeniche e le feste comandate. Inoltre non possono mangiare la porchetta e bere la grappa. Per me quello non era per niente debole, ma deve essersi fatto una decina di birre prima dei pasti e dopo i pasti grappino compreso.
Comunque devo ammettere che questi devono essere posti dove devono essere tutti ricchi. Non ho mai visto tante banche come a Malindi. Davanti a una c’era un sacco di soldati con tanto di mitra, fucile a baionetta, bombe a mano e bazuca. Qualche volta, quando c’è più ressa, mettono anche un carro armato con cannone calibro 40. Sempre il mio amico Filippo, quello di prima che sa sempre tutto, mi ha spiegato che quella è a Wester Unione (Western Union). Ho dato uno sguardo dentro e ho visto due file lunghe lunghe di uomini e donne locali tutti giovani e di gentile aspetto anche se neri che a me sembrano tutti uguali. Mi ha detto che qui arrivano per posta celere estracomunitaria (extracomunitaria) i soldi dei vari morosi e morose italiani che hanno qui lasciato la persona amata, distrutta, piangente e singhiozzante e fedele fino al loro ritorno.
Siccome spedire fin qua pacchi di biscotti, caramelle, lecca lecca e alimenti vari costerebbe un casino sia via nave che aeroplano, mandano direttamente i liquidi così se li comperano qua che magari costano anche meno. Ho visto una bellissima sventola, quella come le altre che ho spiegato prima con le gambe lunghe e nere e culo in fuori, che ha ritirato un bel pacchetto di soldini. Lasciato lo sportello si è messa di nuovo in fila e ne ha ritirati altri. Nel giro di 30 minuti ho contato 18 passaggi e a ogni passaggio le crescevano le tette per il fatto che tutte le volte se li infilava lì. Probabilmente lo faceva per non pagare le tasse.
Però la prossima volta che vengo a Malindi me la faccio anch'io una morosa come queste, ma prima devo controllare che sia onesta, fedele, religiosa, preferibilmente cattolica e apostolica (ma mi frega un cazzo anche se è mussulmanica (musulmana)), timorata di Dio e soprattutto vergine. Acuna patata! Chissà quante ne trovo così!

N.B. Le note in rosso sono per i NON bergamaschi! ... quindi per gli stranieri!