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Stregoneria in Kenya




Le nuvole vanno e vengono, come le emozioni. All’equatore sono così basse, così vicine che ti sembra facciano parte dell’arredamento che la natura ha deciso di piazzarti in veranda.
Questa sera hanno deciso di danzare avanti al cielo e scoprirne a tratti l’immensa volta stellata.

Prima, però, c’era l’Africa al tramonto. Quel momento sempre troppo breve, come sono gli attimi di vera felicità.

La scenografia terrena racconta di un villaggio mijikenda alle porte di Malindi, dove vive una delle comunità tribali più fedeli alle tradizioni dei secoli passati. Quando le capanne erano trulli di legno e palme secche, senza nemmeno il conforto del fango compattato a mo’ di cemento.
Una per le donne, con le pentole sul fuoco, gli stracci ammassati e culle di foglie di banano per gli infanti.
L’altra è per gli uomini, con le stuoie da sonno, il vino di palma e odore di tabacco per rudimentali pipe.
La terza è per gli antenati, i feticci intagliati a mano e colorati con sangue animale ed erbe macerate. Padri e padri dei padri da invocare affinché garantiscano saggezza e protezione al villaggio.
Sono tornato in Kenya, dove ho passato la giovinezza, sette anni fa e da allora mi considero africano a tutti gli effetti. La comunità Mijikenda, una delle più antiche e misteriose etnie dell’Africa Equatoriale, mi ha accolto e mi tratta come uno di loro. Sono stato ribattezzato con il nome di Mbogo (Bufalo) Kimera. Forse sì, è una chimera che io possa diventare uno di loro a tutti gli effetti. Non potrò mai credere alle loro superstizioni, agli idoli e al culto dei morti. Però partecipo e vivo con loro queste suggestioni.
Uno degli appuntamenti più importanti è l’iniziazione di un “mganga”, lo stregone buono che all’interno della comunità tribale viene considerato allo stesso tempo un guaritore, uno psicologo e una delle massime autorità religiose, perché in grado di interpretare il volere degli antenati. Sono gli “elders”, gli anziani del villaggio, riuniti in preghiera nella capanna dei feticci, ad iniziare il mganga. Il rito dura una settimana. L’aspirante stregone dovrà mostrare di avere imparato a riconoscere ed utilizzare le erbe medicinali, assumere anche quelle allucinogene (nell’entroterra di Malindi si trova lo stramonio, ma anche la potentissima salvia divino rum) e scartare quelle velenose. Un giorno intero viene speso per vagare per chilometri sotto il sole cocente d’Africa e cercare le piante di cui avrà bisogno nel corso del tempo. Con un amico video produttore riprendiamo tutte le giornate.
La cerimonia prosegue anche la notte, con danze tribali e preghiere. Sciamani bardati con parei colorati e pelli di facocero, con copricapi di piume d’uccello, pentoloni fumanti di farina di mais ed erbe di campo, visitatori e parenti dai villaggi vicini che portano offerte e doni: patate dolci con lime e peperoncino, fagioli al cocco, frittelle di tapioca e ananas, strani tuberi fritti nell’olio di palma. C’è sempre qualcuno sveglio che fa qualcosa.
L’indomani altre prove attendono l’aspirante stregone: si taglierà il palmo della mano con un coltello affilato senza provare dolore, parlerà lingue che non gli appartengono, capirà la malattia di giovani donne e infine affronterà il mare di notte, dopo aver camminato per trenta chilometri per raggiungerlo, e parlerà con gli spiriti. Un tempo i mijikenda erano convinti che nel mare si nascondessero mostri e presenze maligne. Il mganga è in grado di scendere a patti con i “mapepo”, gli spiriti cattivi mussulmani che da centinaia d’anni hanno conquistato le rive dell’Oceano e per primi spinsero il loro popolo a prendere la popolazione indigena in schiavitù. Oggi i cattivi e i miscredenti sono in maggioranza, gli anziani dei villaggi lo sanno e festeggiano l’iniziazione di un nuovo mganga come un avvenimento fondamentale per non perdere la loro cultura.

Le giovani gang, che temono i mganga perché lanciano loro anatemi contro la disonestà, l’adorazione di falsi idoli, l’abuso di droghe e alcol, spesso si lanciano in spedizioni punitive per picchiare (e in alcuni casi uccidere) gli stregoni buoni.
Le forze dell’ordine, nell’entroterra, si fanno vedere poco.
Gli stregoni di una certa età si tingono i capelli. Chi ha i capelli bianchi è a rischio. Le danze proseguono, l’ultimo giorno tutto il villaggio è in festa. I bambini corrono e respirano miseria e libertà, le donne faticano e si augurano che tutto rimanga come sempre, gli anziani pregano e vanno incontro serenamente al loro destino.
Sono contento di far parte, anche solo marginalmente, di questa società che difende la propria cultura e i propri valori, per quanto distanti anni luce da quelli della mia stanca civiltà.
Il resto è qualcosa che viene solo da vivere. E credetemi, più si riesce a vivere, meno viene da scriverne.
Marzo 21, 2012 Freddie Del Curatolo


Le donne, accusate di stregoneria, sono state bruciate vive da una folla.


Kenya, al rogo 15 donne accusate di stregoneria. In un villaggio a ovest del Paese, una folla delirante ha ucciso sul rogo quindici donne accusate di stregoneria.

Nyakeo - Una folla delirante ha ucciso sul rogo quindici donne accusate di stregoneria in un villaggio del Kenya occidentale. Lo hanno riferito fonti ufficiali e testimoni.
"È un fatto inaccettabile. La gente non può sostituirsi alla legge - ha commentato Mwangi Ngunyi, capo del distretto di Nyamaiya - prenderemo i responsibili". L'esecuzione Nel villaggio di Nyaeko, 300 km a ovest di Nairobi, un centinaio di persone è andato casa per casa a prendere le donne, che sono state legate e poi bruciate, secondo quanto hanno detto alla Afp un responsabile del villaggio e alcuni suoi abitanti. "È inaccettabile. La gente non può farsi giustizia da sola solo perchè sospetta di qualcuno. Daremo la caccia ai sospettati del massacro", ha detto il responsabile locale del distretto, Mwangi Ngunyi.
Negli anni Novanta decine di persone sospettate di stregoneria erano state uccise nel Kenya occidentale, a causa di voci secondo le quali c’era chi era diventato cannibale, sordo, muto o sonnambulo sotto l’effetto di sortilegi, così che questa regione ha acquistato la reputazione di "zona di streghe".
Mer, 21/05/2008 Redazione - Il Giornale .it

 

 

 

Tribù Giriama

Il popolo Giriama appartiene al gruppo Bantu della costa; fa parte di una delle 9 tribù che costituiscono il gruppo Mijikehenda.

 

Il popolo Giriama si trova esclusivamente lungo le coste del Kenya. Solitamente vivono in raggrupamenti di tre generazioni familiari, costituendo piccoli villaggi formati da 10 a 70 persone.

 

Diversamente da molti altri gruppi etnici nei quali la stregoneria era riservata alle donne, nei G(h)iriama è gestita principalmente da uomini anziani. I Giriama inoltre credono che ogni persona nella società sia una strega o stregone potenziale. Conseguentemente erano impauriti non soltanto che un vicino potesse fargli del male, ma anche che loro potevano fare del male attraverso la stregoneria. Per questa ragione i membri della tribù cercarono protezione da quattro cose: dagli incantesimi delle streghe, da accuse di stregoneria, dalla paura e infine dal divenire essi stessi stregoni. Fascino, medicine, bando degli stregoni e la cerimonia del lavaggio, erano i metodi comuni di protezione. Tecniche di caccia alle streghe, punizioni e lavaggi, toglievano il potere alle persone che praticavano la stregoneria.

L’interpretazione del male ed i mezzi per uscire da questa situazione, erano inoltre ostacolati dalla situazione politica dei Giriama. Per esempio con i tradizionali sistemi, molte volte si rischiava di lasciar prosperare la stregoneria. Alcuni mezzi per combatterla erano asce o rocce roventi messi sulle palme delle mani, aghi roventi infilati nel labbro superiore, papaya spalmata sul viso e sulla bocca per provocare sudore, e pane trattato in modo particolare da bloccarsi nella gola del colpevole. La minaccia di sottoporre a queste prove, spesso provocava la confessione, dopo la quale veniva somministrata una medicina di ‘lavaggio’.

Durante un periodo della loro storia, quando i Giriama erano lontani dalla terra natia, acquisirono dagli Swahili, Kamba e Mijikenda metodi per cacciare la stregoneria. Con l’introduzione di leggi esterne, colonialismo e indipendenza, molti dei loro metodi tradizionali e acquisiti, vennero banditi. La pulizia della società tutta, attraverso cerimonie divenne la più comune forma per combattere la stregoneria. I Giriama vissero in foreste chiamate ‘kaya’, guidati da consigli di anziani (‘kambi’) che avevano il potere sul benessere della tribù. Il ‘kambi’, stregoneria controllata somministrando ‘bagni’, bastonature, sentenze di morte e bando dal ‘kaya’ per quelli sospetti, potevano forzare le confessioni dei testimoni con le loro potenti medicine e giuramenti. Il più conosciuto, potente e letale meccanismo di controllo della stregoneria tra i Giriama era la prova del veleno. Tre delle loro quattro società segrete avevano medicine e giuramenti tenuti dagli ‘aganga’, che avevano sviluppato l’abilità nel somministrarli. Il più significante di questi era il veleno-giuramento ‘Vaya’. Gli ‘aganga’ di questa società segreta, erano chiamati ‘fisi’ (iene) e la loro medicina, ‘mbare’, era conosciuta per uccidere con rapidità. Il giuramento ‘fisi’ veniva usato come prova tra accusato e accusatore in una prova diretta o anche come appello finale della giustizia quando altre prove non erano state soddisfacenti. Considerato che poteva uccidere, il giuramento veniva considerato con estrema serietà.

Durante il periodo della loro lontananza dalla terra natia, i Giriama furono esposti anche alla tradizione e cultura Musulmana. Una fonte di malvagità, ‘mapepo’, gli spiriti, venivano considerati quasi esclusivamente come spiriti Musulmani. Spiriti ancestrali, ‘koma’, divennero meno importanti nella vita spirituale Giriama. I ‘mapepo’ si affermava possedessero certe persone, dando loro un potere più grande dei comuni mortali. I ‘mapepo’, potevano essere facilmente esorcizzati da un comune uomo della medicina, dopo ciò si credeva che la persona posseduta avesse l’abilità di richiamare il ‘pepo’, predire il futuro e identificare le streghe. Fu considerato una fortuna essere posseduti dal ‘pepo’. C’è un interessante periodo nella storia Giriama, quando un insolito numero di donne furono possedute dal ‘pepo’, facendo cose che in normali condizioni, non sarebbero state in grado di fare.

MALU: E’ conosciuta con questo nome la tradizione di questa tribù per risolvere problemi d’infedeltà coniugale. Se un marito è tradito dalla moglie, si rivolge ad un consiglio di anziani del villaggio i quali si riuniscono per esaminare i fatti. Se arrivano alla conclusione che il marito tradito ha ragione, condannano allora il colpevole (l’amante della moglie) a pagare una penalità costituita da denaro o bestiame. Il giudizio degli anziani è inappellabile ed il malcapitato non può sottrarsi al pagamento di quanto dovuto.

Sandro Murtas - Pubblicato in: POPOLI E TRIBU' DEL KENYA