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"Piki-Piki" per signora


Piki-Piki
Piki-Piki


Matatu, tuk-tuk, piki-piki e boda-boda.

Questi nomi sono quasi diventati leggendari, e fanno parte del “folklore” locale e rappresentano un’attrazione turistica. Escludendo gli aerei, treni e auto pullman, la maggioranza della gente in Kenya si muove sui trasporti pubblici “leggeri”.

I “matatu” (pulmini Nissan) sui quali si sono scritte centinaia di storie e non passa settimane che non siano coinvolti in orrendi incidenti stradali che causano centinaia di morti e feriti. Portano il soprannome di “cassa da morto su ruote”.


I “tuk – tuk” (Ape della Piaggio made in India su licenza) prendono il nome dal rumore del silenziatore, sono molto popolari, specialmente nelle zone turistiche, affidabili e abbastanza comodi.

Le “piki – piki” o motociclette cinesi o indiane, sono diventate popolarissime tra la gente comune. Possono trasportare un’intera famiglia padre, madre con un bimbo in braccio e un altro seduto sul manubrio.

Le “boda – boda” o biciclette – taxi. Prendono il nome da una distorsione del termine inglese "border to border" che descrive il servizio tra i due posti di frontiera tra il Kenya e l'Uganda dal quale originavano.

Fino a qualche anno fa il servizio era dominato dai “boda–boda” ora molto ridotte dalla competizione dei motori, che meritano un trattamento a parte.

Occorre notare che non tutti i "taxisti” delle “piki-piki" sono i proprietari delle "moto". La maggioranza appartiene a dei padroni che affittano il mezzo con svariati termini d'ingaggio.

Il servizio è diventato molto popolare con le donne causando degli interrogativi tra gli esperti del ramo: "pagano meglio degli uomini o usano "moneta" più pregiata? Bisogna tener conto che le "moto" non hanno i tassametri e le tariffe variano caso per caso.

Alcuni tassisti ammettono di aver stabilito delle "relazioni" con le belle donne che trasportano, originate dagli stretti contatti fisici tra i due durante il percorso, sovente a velocità folle.

Con le biciclette questo non accadeva. I due cavalcavano seggiole diverse mentre che, sulle "moto" siedono sulla medesima sella con le donne abbarbicate all'uomo esponendogli le gambe di fianco. "non siamo degli angeli" dice uno. Ne risultano dei percorsi "gratis" ovvero con il conto saldato più tardi con moneta diversa, sovente di sera o dietro ad un cespuglio.

Spiega un taxista: "Con le biciclette, il lavoro era duro e a fine giornata non rimanevano risorse fisiche per esercitare i "doveri coniugali". Con le "moto" invece si può lavorare tutto il giorno e avere energie sufficienti per poter giocare anche "fuori casa".

Altri invece, che trasportano delle donne regolarmente ogni giorno su rotte fisse, entrano in un "contratto" o abbonamento da saldare con comodo su base settimanale in luoghi piú comodi che non giornalmente dietro ai cespugli.

Per quelli che non possiedono la "moto" - quasi sempre dei giovanotti col sangue caliente - la vita è piú difficile. Il padrone diventa sospettoso della diminuzione dei versamenti giornalieri che il "centauro" giura essere dovuto alla competizione da parte di nuovi arrivati.

Tuttavia, nell'ambiente di villaggio - dove molti operano - non esistono segreti. Sovente il ragazzo - sospettato di favorire le donne - è caricato di botte dal padrone del mezzo.

Il proverbio di una volta che diceva "donne e motori gioie e dolori" è ancora valido oggi a spese dei moto tassisti playboy. Si sono registrati dei casi dove una donna avvenente ma sconosciuta si fa portare un po' fuori strada dove la attendono dei complici generalmente mascherati. Se il tassista è fortunato perde solo la moto ma in certi casi anche la vita.

Ma per rubare una "moto" non sempre occorre una bella donna. Si registrano dei casi dove un "cliente" maschio si fa portare di sera in luogo isolato dove - invece di tirare fuori i soldi per pagare il viaggio - tira fuori un coltello o una pistola - uccide il taxista e se ne va con il mezzo che generalmente non è ricuperato perché molti di questi non sono registrati con le assicurazioni.

“Safiri salama kwa wote” (buon viaggio a tutti).

By Georg Von Eisen